Walter Veltroni: il mese che trasformò un sindaco in un cavaliere Jedi
 

di: Fabio De Luca




Se il buongiorno si vede dal mattino, il mattino di Walter Veltroni ha, per un attimo, il volto accigliato e neobarocco della ex-star televisiva Red Ronnie. Quello della Rotonda sul Mare e del Roxy Bar, avete presente? Siamo a Padova, nel cortile del Centro Papa Luciani, una sala congressi alla periferia della città che, vista da fuori, all’ora del tramonto, pare una colonia estiva d’altri tempi: severa edilizia ricreativa d’ispirazione cattolico-razionalista. Quella di stasera è la prima uscita pubblica di Veltroni dopo il "discorso del Lingotto" che, giusto una settimana fa, ha ufficializzato la sua candidatura alla guida del Partito Democratico con le primarie del prossimo 14 ottobre. L’incontro, una "lezione" ispirata al suo ultimo libro Che cos’ la politica?, era in calendario gi da mesi, ma gli eventi degli ultimi sette giorni hanno un po’ cambiato il tono dell’appuntamento. Quella che si respira nell’aria infatti è elettricit pura, tensione animale, profumo di Storia in procinto di essere scritta. I fotografi pronti a scattare la discesa dall’auto blu; i quotidianisti politici saliti da Roma; i vecchi diessini del luogo che rammentano ai forestieri che "Fassino xe entr da drio" (cio Fassino, quando venne qui, entrò dalla porta sul retro evitando la folla che lo aspettava). E c’è Red Ronnie, appunto. Con la sua telecamerina d’ordinanza. Che ci far qui? Vorr pure lui mettere il cappello sul futuro sindaco d’Italia? In mancanza di star di maggiore richiamo da intervistare, le troupe delle tv locali si accalcano a chiederglielo. Lui - un aplomb che sfiora il rigor mortis - dice che "Veltroni non lo vedo come il leader della sinistra, lo vedo come il leader del paese". Che è esattamente ciò che quasi tutti quelli venuti qui stasera in cuor loro probabilmente pensano, intendiamoci. Solo che, detto da Red, suona un po’ come la celebre reclàme televisiva "devo dipingere una parete grande, ci vuole un pennello grande". A quel punto tanto varrebbe completare lo spot, e dire che quello di cui c’è bisogno non è un leader grande, ma un grande leader. Magari quello stesso che, la settimana scorsa, dal palco del Lingotto, parlava di "Un partito che non nasce dal nulla, e insieme un partito del tutto nuovo." Vuoi vedere che pure stavolta Red Ronnie ha capito tutto?

Dentro la sala congressi la calca è pazzesca. Talmente pazzesca che pure il foyer esplode di gente, e ci sono due televisori per poter seguire anche da lì quello che succede sul palco. Veltroni - che a differenza di Fassino non entra "da drio", ma fende paziente ed esperto la firewall di fotografi e cineoperatori - sembra un po’ stazzonato ma al tempo stesso anche abbronzato: forse però solo l’effetto delle luci mèlo del centro congressi. Applausi. Un irresistibile vecchietto, in quarta o quinta fila, solleva un cartello con su scritto a pennarello "Walter facci sognare". Dopo un po’ lo cambia: "Class action subito". Un po’ come Bob Dylan nel video di Subterranean Homesick Blues, o come in certi film di Godard. Walter magari apprezzerà l’involontaria citazione. A guardarsi in giro, però, ciò che più colpisce la tangibile impossibilit di isolare fisiognomicamente un "tipo" di sinistra. Ad esempio: il tizio in grisaglia che mi sta accanto, col nodone alla cravatta larga come una bandiera, il crapone pelato, il pizzetto abbondante e sottili occhiali dorati, secondo l’iconografia classica dovrebbe essere uno "di destra". E allora che ci fa qui? Perch applaude? A meno che non sia vero (pi vero del vero, persino) quello che dichiarava Fassino qualche giorno fa a Repubblica, cioè che: "Veltroni ha un profilo che lo rende riconoscibile a un elettorato pi largo del centrosinistra."

A questo punto va confessata una cosa: l’esercizio di fisiognomica sul campo è pi che altro un passatempo. Perch, per dirla tutta, la "lezione" di Veltroni una noia mortale. Si era venuti qui con l’intenzione di farsi travolgere dal sogno, e si finisce per ciondolare in sala stampa dove i colleghi quotidianisti, con i modem che friggono e la chiusura della pagina che incombe, si domandano l’un l’altro "occhei, ma quand’è che va a braccio?" Purtroppo a braccio non ci andrà mai. Per tutta l’ora e mezza si limiterà a leggere la sua "lezione": parole bellissime e condivisibilissime, certo, alternate a spezzoni video tutti suggestivi (uno addirittura straziante: la sequenza di Berlinguer colpito dall’ictus che lo ucciderà durante un comizio, proprio qui a Padova nel 1984), ma niente sogno, niente calore, niente che già non ci fosse sul dvd allegato al libro. E, certo, il commiato con A Whiter Shade Of Pale dei Procol Harum nella spaventosamente posticcia versione di Annie Lennox non aiuta. (Giusto per la cronaca: in rete - www.awsop.com - ci sono dei pazzi che hanno raccolto oltre 200 versioni diverse di A Whiter Shade Of Pale. Ce n’è anche una di Al Bano, una di Bonnie Tyler, e persino una dei Deep Purple. Che poi non si dica che qui non si hanno a cuore le sorti del Partito Democratico.)

Una ventina di giorni dopo, fine luglio, a Milano, quartiere Bovisa. Proprio di fronte alla neonata Triennale c’è un posto chiamato "BaseB.Metriquadricreativi", uno spazio polifunzionale sede di studi d’architettura, atelier grafici ed altro terziario "artsy" assortito. Qui i tipi di Classecreativa.it - "un gruppo di persone appassionate di politica e curiose di contribuire alla nascita di un nuovo progetto: il Partito Democratico" - hanno organizzato un incontro tra Veltroni e la "giovane creatività" milanese. Tra il pubblico, nello sgabello accanto al mio c’è seduto "EmmeBi", blogger piuttosto noto proprio in ambito creativo-marketing-pubblicitario, che mi spiega la sua teoria sul futuro candidato premier: "il rischio per Veltroni è di fare la fine dell’iPhone della Apple. Troppo annunciato, troppo atteso, e poi quand’è uscito tutti a fargli le pulci, a trovare i difetti. Anche a scapito degli effettivi meriti" Beh, quello che si sempre fatto a sinistra, no? "Già, ma allora meglio l’iPod, che è partito in sordina e ha vinto perch ha interpretato un bisogno che il pubblico, cioè l’elettorato, nemmeno sapeva di avere."

E parlando di elettorato, pure qui oggi pomeriggio c’è il pienone. La parola d’ordine è "democrazia partecipativa": c’è un numero a cui mandare sms di commento al dibattito (alzarsi in piedi e chiedere la parola sembrava troppo uno-punto-zero), ma soprattutto ci sono delle grosse biglie di plastica dentro alle quali infilare i bigliettini con le domande per Veltroni. L’immagine di Veltroni bendato che pesca le domande a cui rispondere rimarrà purtroppo soltanto una meravigliosa fantasia, perch un signore assai barbuto - di certo uno zombie marxista che non sa apprezzare le potenzialità della politica "user generated" - si inalbera di brutto e dice di piantarla con queste pagliacciate, dopodichè nessuno ha il coraggio di avvicinarsi al cestone delle biglie. Ma nessuno ne sentirà la mancanza. Veltroni arriva ed ascolta attento le storie di software houses, di riqualificazione urbana, di installazioni di "pura luce" allestite da un team milanese nella piazzetta di Capri. Poi, finalmente, fa quello che gli riesce meglio, quello per cui è nato, cioè l’uomo pratico, il "sindaco" nel senso più ampio ed esteso del termine. Parla di "forme di microcredito di fiducia per sostenere imprese innovative legate alla creatività, come ad esempio aprire delle librerie in periferia," dice che "le banche si sono dissanguate per le grandi famiglie, ma se un ragazzo va a chiedere un prestito di 5.000 Euro per iniziare una attività trova le porte chiuse." Astuzie di politico che ha capito come il consenso passi attraverso il rivolgersi al sentimento della platea prima ancora che al suo raziocinio? Ovvio che sì. Ma anche fatta la tara alla tecnica kennediana del lavorare sull’ottimismo dell’elettorato (il famoso "sogno") rimane pur sempre il lato concreto, la capacit di sciorinare dati - quelli relativi a Roma, per il momento - che non sono, o non dovrebbero essere, nè di destra nè di sinistra. Alla fine la classe creativa milanese è in brodo di giuggiole. Quando dice: "Questo paese ha bisogno di una rivoluzione di teste. Non voglio fare come Fiorello quando imita Oliviero Toscani alla radio, ma questo è un paese vecchio!" (frase che è un po’ la sua Satisfaction negli incontri con i giovani) vien gi il soffitto dagli applausi.

Ricapitolando: un primo incontro un po’ ingessato e noiosetto, un secondo decisamente pi soddisfacente. Il terzo incontro avviene un mese dopo, a fine agosto, al rientro dalle ferie. Il sindaco ritaglia per Rolling Stone quindici minuti al telefono: il massimo possibile in un momento che per lui dev’essere di pressione e lavoro infernali. E’ ovvio che in quindici minuti non si possa andare più di tanto in profondità, ma a noi interessava soprattutto "sentire la voce" di Veltroni, cercare di indovinare - al di là dei momenti e delle dichiarazioni istituzionali - il rumore dei suoi pensieri. Il verdetto? Che a quest’uomo il mestiere di sindaco piace proprio tanto: forse persino pi del suo antico lavoro di giornalista (Veltroni fu, ricordiamolo, direttore de l’Unità ai tempi del supplemento culturale "l’Unit 2" e dei famigerati inserti con i vecchi album delle figurine dei calciatori: un momento fortemente innovativo per l’intera sinistra italiana). Che probabilmente è vero, e non solo una posa, che lui avrebbe volentieri continuato a fare il sindaco e basta, e che la candidatura alla leadership del Partito Democratico è arrivata un po’ come la "chiamata" dei cavalieri Jedi di Guerre Stellari: un destino, magari scomodo, ma al quale non ti puoi sottrarre. "Visto che sono dieci anni che rompo le scatole a tutti sul fatto che bisogna fare il Partito Democratico", ci ha detto Veltroni, "e che per dieci anni non stato facile nemmeno solo portare avanti l’argomento, tirarmi indietro nel momento in cui il Partito finalmente si fa mi sarebbe sembrata una cosa egoista. Mi sono reso conto che, se mi fossi tirato indietro, avrei fatto un torto alle speranze, alle domande ed alle attese che c’erano da parte di molte persone. Per cui sì, l’ho sentito come un dovere. Nella vita bisogna fare anche quello che è giusto fare, non solo quello che si ritiene più utile fare."

Riguardo al mestiere di politico la cosa che più lo infastidisce è "quella consuetudine tutta italiana per cui il politico deve quotidianamente rilasciare ai media una dichiarazione sui fatti del giorno, anche quelli non strettamente legati alla politica. Non è possibile avere tutti i giorni qualcosa di intelligente da dire." E passando invece a quella cultura "pop" che lui, mosca bianca nell’arco costituzionale italiano, ha spesso dimostrato di maneggiare con affetto e competenza: "il concerto a cui sono pi legato è forse Sting insieme a Branford Marsalis, a Roma, all’epoca di Nothing Like The Sun. La bellezza della musica e della voce di Sting con lo straordinario fascino del clarinetto di Marsalis. Più indietro nel tempo direi Dalla & De Gregori all’epoca del tour di Banana Republic. Mentre quello da dimenticare è stato un concerto dei Beach Boys visto a New York qualche anno fa, con loro ormai anziani ma ancora vestiti da hawaiiani: una grande tristezza." E, per finire, un esempio che faccia ben sperare i famosi "giovani" rispetto alla sua candidatura? "Un esempio molto piccolo, ma divertente. A dimostrazione che a Roma spesso il Comune ad andare a cercare i creativi, tempo fa con i miei collaboratori abbiamo scoperto in rete una giovane fotografa di Sermoneta, Anna, molto ma molto brava. Cos le ho scritto ipotizzando una collaborazione. Lei mi ha risposto: "E’ uno scherzo vero? Figurati se sei davvero il sindaco Veltroni". "Sì che sono io" le ho risposto, "questo è il mio numero al Campidoglio, chiamami." A dire il vero non mi ha mai richiamato, ma prima o poi capiterà che ci incontreremo." Quindi: Anna, se stai leggendo queste righe, sii gentile e rispondi al sindaco. Dopo il 14 ottobre potrebbe essere troppo occupato.

(da: Rolling Stone, ottobre 2007)