(think fast, fail fast, fix fast)


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(Repubblica XL)

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(Musica di Repubblica)

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(Tutto/Rumore)

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Do you remember the Summer of Love? (Rolling Stone)

PJ Harvey: e alla fine arriva Polly (Jean) (Rumore)

William Gibson: non tutte le predizioni devono per forza avverarsi (Tutto)

The Darkness: old Skool of Rock (Rumore)

Morrissey: un alieno a L.A. (Rolling Stone)

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La strada di Zwan: Billy Corgan e il tempo ritrovato (Rumore)

"Così Tanto Amore da Dare": in giro per Londra a caccia di Dj Falcon (Rumore)

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My Bloody Valentine: soffice come la neve (ma caldo dentro) (Rumore)

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Tool: i Radiohead del post-metal (Rumore)

Depeche Mode: l'heavy metal dello spazio interiore (Rumore)

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Daft Punk: 0ne m0re t1me? (Rumore)

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Yoshinori Sunahara: il non-luogo dell'anima (Rumore)

Londra: 333 italiani
("D" di Repubblica)

Mr.Oizo: l'uomo che muove il pupazzo (Rumore)

Nine Inch Nails (e Marylin Manson): speranza e vaselina (Rumore)

Stupiti & Confusi: apologia (o quasi) di Chloe Sevigny (Rumore)

Mò Wax: non necessariamente trip-hop
(Dance Music Magazine)

Pop Life!: dai Beatles ai Boo Radleys passando per i Sex Pistols (Rockstar)

"Generazione M": i ragazzi con la spina nel fianco (Rumore)

 

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Sunday, June 04, 2006

Piuttosto lacerato (Rather ripped)
a

a
You keep me comin' home again
You keep me comin' home again


La prima volta che sono nato è stato all’ospedale San Martino di Genova, un lunedì di novembre che pioveva. Sono nato alle due del pomeriggio: fuori i lampioni erano già accesi e le macchine lungo corso Europa si muovevano lente. Pioveva talmente tanto che per anni a casa nostra per dire di una pioggia particolarmente intensa si diceva «piove come il giorno in cui sei nato». Sono nato un mese prima del previsto. I miei genitori erano soliti raccontare, con un certo orgoglio, che c’erano un’incubatrice e un’auto medica pronte a trasferirmi al reparto prematuri del Gaslini, l’ospedale pediatrico di Genova, ma che non ce ne fu bisogno. Urlavo e scalciavo come Iggy Pop ai tempi degli Stooges, ma non sembravo particolarmente sofferente nè prematuro. Al limite incazzato, come se mi avessero distolto da un gioco che mi piaceva molto.

When you were gone,
I met a friend
She taught me how to
Live in the end
You keep me comin' home again
You keep me comin' home again


La seconda volta che sono nato è stato qualche anno più tardi, nove o dieci direi. È successo di fronte alla vetrina di un negozio di dischi al piano terra del “grattacielo della Sip”, unico angolo di skyline vagamente metropolitana dentro a una città arroccata con le unghie e con i denti nel suo passato di repubblica marinara. Non che amassi particolarmente i dischi: in realtà a parte un paio di 45 giri di Sanremo quasi non sapevo che fossero. Mia madre andava da un parrucchiere al primo piano del grattacielo e io ogni tanto l’accompagnavo, silenzioso e invisibile come Tom Verlaine. Credo fosse questa la ragione per cui mi ero accorto che al piano terra c’era un negozio di dischi. Un giorno entrai chiedendo se avevano la sigla del telefilm “La famiglia Partridge”. Non amavo particolarmente i dischi, ma amavo molto i telefilm di Rai Uno alle 19 e 20. The Partridge Family era una serie di discreto successo negli Stati Uniti su una madre che, dopo la morte del marito, trasforma la famiglia superstite (lei e cinque figli di età variabile tra i sei e i diciassette anni) in una band di bubblegum-rock che gira l’America a bordo di uno scuola-bus decorato come un quadro di Mondrian. Douglas Coupland da qualche parte in un suo libro una volta menzionò la “mascherina per dormire Reuben Kincaid” e io segretamente sapevo di essere l’unico italiano ad aver capito esattamente a cosa si riferiva (Reuben Kincaid era il manager della famiglia Partridge, oltre che, secondo me, il sex toy segreto di Shirley Partridge). Questo, unitamente al fatto che per molti anni uno di miei autori di canzoni favoriti si chiamasse Andy Partridge, l’ho sempre visto come una sorta di premonizione retrospettivamente avveratasi.
Sfortunatamente però, al negozio al piano terra del grattacielo della Sip non avevano idea di cosa fosse la sigla del telefilm “La famiglia Partridge”.

Are her eyes
Brown or blue?
How does she keep her
Static cool
My heart and soul
Are rocked up in her eyes
A little blink I recognize
A little blink, yeah, that's my prize


C’è un momento in cui uno si rende conto che le cose che desidererà dalla vita saranno difficili da trovare, più difficili da trovare della media delle cose che la gente in genere desidera dalla vita. Non è solo questione di snobismo e non è solo questione di non accontentarsi di quello che c’è a portata di mano: o forse anche sì. Cos’è che disegna (e designa) i nostri desideri? Difficile dirlo. Forse noi stessi, ma forse anche no. A scuola ci raccontavano con trasporto di come Cristoforo Colombo non si fosse accontentato di ciò che conosceva già: se lui si fosse accontentato delle tranquille rotte del Mediterraneo mica l’avrebbe scoperta l’America, no? Questo era il messaggio. Ovvio che poi uno si ritrovi a farsi delle idee, a strutturare certe scale di valori. Onestamente non posso dire che tutto questo mi fosse chiaro già allora, ma quel momento dentro il negozio di dischi al piano terra del grattacielo della Sip credo di averlo rivissuto centinaia di volte, negli anni dopo. Il modellino di astronave che desideravo dopo averlo visto su quel catalogo non era mai disponibile per l’Italia. Le scarpe da calcetto che mi stavano comode erano sempre il modello uscito di produzione l’anno prima, «provi al negozio di piazza Campetto, forse ne è rimasto un paio». L’album degli spagnoli Duncan Duh su Creation bisognava ordinarlo, e se va bene riuscivi ad averlo un mese e mezzo dopo. I 12” di Chicago-house in Italia non si trovavano da nessuna parte (e non c’era ancora internet, no). Le Etnies nere col filetto giallo non le teneva nessuno in tutta Roma, (sì, nel frattempo c’era internet, ma «we don’t have any retail in Italy and no, we don’t do mail order, sorry»). Le giacche sciallate in quel certo modo non le fa nessuno, giusto Prada, ma comunque non in nero. Persino i miei cereali preferiti, Nestlè Fitness & Chocolate, sembrano più rari dei denti di gallina: dei tre supermercati a distanza praticabile da casa mia, a Milano, solo uno li tiene, e nemmeno sempre. E, inutile che ve lo dica, le pochissime donne di cui mi sono innamorato nella mia vita erano dei pezzi unici di collezioni sexy e demenziali, pezzi unici difficilmente sostituibili, anche oggi nell’epoca di eBay. Avere gusti di nicchia è una condanna: oggi vorrei innamorarmi della prima che incontro, vorrei che mi piacessero i dischi di Ligabue e vorrei lavarmi i capelli con un qualsiasi shampoo della Garnier o fare colazione con dei qualsiasi cereali Kellog’s, ma ormai è troppo tardi per cambiare.

A white horse sittin’ right there by her side
Hard to ignore
Hard to disguise
She'll never ever
Realize...


La terza volta che sono nato è stata un anno dopo la seconda, o forse due, ed è stata pure quella di fronte alla vetrina di un negozio di dischi. Era primavera, ed ero con tutta la famiglia in un posto nell’estremo Nord-Est d’Italia per il matrimonio di un cugino. La tizia che il cugino stava per sposare, a sentire gli annali della famiglia, era una specie di farmacia ambulante di antidepressivi, stimolanti e altre sostanze non esattamente legali del tipo di cui, all’epoca, si sentiva parlare con voce di circostanza giusto al telegiornale. Infatti i due nel giro di un anno finirono per essere il nostro equivalente familiare di Nancy Spungen e Sid Vicious, o Kate Moss e Pete Doherty (con tanto di micro-scandalo su un tabloid veneto). Erano simpatici, però. La mattina del matrimonio lei, la futura cugina acquisita, ascoltava a tutto volume Heroes di David Bowie. «David Bowie» dissi. «Conosci David Bowie?» rispose la futura cugina acquisita sinceramente stupita che un idiota di bambino grasso conoscesse il divino Bowie. Non conoscevo David Bowie, conoscevo Heroes di David Bowie perché su Telecity passavano il video come tappabuchi prima dei cartoni animati, ma quella fu ufficialmente la prima volta che me la tirai da esperto.
C’era un negozio di dischi vicino alla casa dei miei zii. Io continuavo a non possedere nemmeno un disco, ma il pomeriggio del giorno dopo il matrimonio passai mezz’ora appiccicato alla vetrina guardando sgomento e affascinato la copertina di Supernature del re della disco-music francese Cerrone. Non era la solita copertina con le principesse sci-fi nubiane mezze svestite genere Boney M, tutt'altro: era la foto di un tavolo operatorio con sopra pezzi di uomo e di animale, “supernature” appunto. Qualche anno fa ho intervistato Cerrone. Immaginatevi un pappone caduto in disgrazia, immaginatevi Hugh Hefner perseguitato dai creditori: tanto per darvi l’idea di cos’era Cerrone quando l’ho conosciuto io. Visto che lui non aveva granchè da raccontarmi, gli ho raccontato io per filo e per segno la cosa che ho appena raccontato a voi. Lui fu contentissimo. Disse che era felice perché colpire la fantasia di un bambino era esattamente quello che voleva raggiungere con quella copertina - anche se nelle intenzioni avrebbe voluto anche ci fosse un risvolto filosofico “per adulti” nell’immagine, un’allusione al superomismo, alla dicotomia tra Dio e Uomo ed a Friedrich Nietzche (risvolto che si è perso nella fumettosa realizzazione del photo-set, suppongo).

You keep me comin' home again
You keep me comin' home again
When you were gone
I was out of my mind


Mi piacerebbe poter dire che la quarta volta che sono nato è stato ieri mattina, ma non sono sicuro che sia esattamente così. Dubito si possa nascere in eterno, specie dopo una certa età, e probabilmente non è neanche così che deve andare. Comunque: ieri mattina, sabato, ero di nuovo con il naso appoggiato alla vetrina di un negozio di dischi, e il negozio di dischi era di nuovo quello al piano terra del grattacielo che nel frattempo non si chiama più “grattacielo della Sip”. Guardavo le file di cd con occhio clinico, senza fretta, come i giocatori di borsa in pausa pranzo guardano i feed video di Bloomberg Television nelle vetrine delle banche vicino a piazza della Scala. Fila di cd dopo fila di cd, ero sempre più vicino a convincermi che ormai i dischi mi hanno già raccontato tutte le storie che mi potevano raccontare (PS: dev’essere per questo che da un po’ di tempo ho cominciato io a raccontare delle storie, qui sul blogghetto). Ero lì che aspettavo di vedere qualcosa che mi stupisse, e un po' sembrava un sogno, un sogno di quelli che fanno increspare di impercettibile piacere gli angoli delle labbra degli psicanalisti. Non ho idea di quanto tempo sia passato: ricordo che a un certo punto la copertina di St.Elswhere degli Gnarls Barkley mi ha fatto venire in mente un cane beagle di nome Pluto che mi aveva annusato i piedi nella veranda di un bar ad Austin, un paio di mesi fa. Che si chiamasse Pluto a dire il vero l’avevo deciso io, perché indiscutibilmente conteneva tutta la plutaggine del mondo in termini di ficcare il naso tra le scarpe della gente e lasciarsi pazientemente fare di tutto dalla bambina di un anno figlia dei due padroni. «Credevo ti fossi addormentato» ha detto il proprietario del negozio quando sono entrato. «Penso che prenderò il nuovo dei Sonic Youth» gli ho risposto. Nel corso degli anni abbiamo cercato un sacco di volte di capire se c'era lui dietro il bancone e fu lui a dirmi che non avevano la sigla del telefilm “La famiglia Partridge” la prima volta che entrai in questo negozio. Un rudimentale tentativo di ricostruire la mia scena primaria, sì, nella speranza di potermi finalmente liberare da quel grumo di delusione infantile che ancora si annida nelle vene e nei capillari del mio cervello come una costante potenziale causa di aneurisma. Ma niente da fare. Come dire: da un tot di anni torno in questa città più o meno un weekend al mese a fare il bravofiglio, e quando il sabato mattina passo di qua ho sempre la netta sensazione di passarci perchè una parte di me ancora non si è rassegnata a non aver trovato quel disco della famiglia Partridge, e in cuor suo spera sempre che quel sabato sarà la volta buona.

I had a friend who laughed all the time
I had a friend who cried all the time
I had a friend who screamed all the time
I had a friend who lied all the time


Uno potrebbe pensare che in questo posto almeno mi ci sento, per così dire, “a casa”, ma invece no. Non mi ci sento a casa per nulla. Ve lo dico io, invece, dov’è che mi sento a casa: nel nuovo disco dei Sonic Youth, Rather Ripped. Mi ci sento a casa tantissimo. A metterlo su mi sembra di entrare a casa mia in un modo che quasi mi viene da piangere, in una casa come te la sogneresti in uno di quei sogni in cui sei in un posto che nel sogno è familiare anche se poi da sveglio non riesci a riconoscerlo come un posto in cui sei stato veramente. È un disco placido, solido e sicuro: un disco di canzoni surf da cartone animato intellettuale (ad esempio: Incinerate) che sembrano dirti che le tue emozioni non si vaporizzeranno in una nube di condensa se le terrai troppo a lungo chiuse dentro. Un disco di canzoni “familiari” (perché in fondo è come se già le conoscessimo un po’ tutte), come una passeggiata in un bosco d’autunno con qualcuno che ti dice i nomi di tutte le piante. Il disco di una famiglia rock’n’roll. I Sonic Youth sono l’unica famiglia che molti di noi abbiano mai avuto, nelle frequentazioni del rock almeno. La famiglia rock’n’roll perfetta, molto più della famiglia Partridge. Nella foto interna sono quattro pazzesche vecchiazze dignitose, una vera famiglia: i Fantastici Quattro in un remake per il Tribeca Festival, con la testa così nella luna da non essersi nemmeno accorti (pare gliel’abbia detto Coco, la figlia di Thurston Moore e Kim Gordon) che What A Waste è uguale alla sigla di Friends. Però consapevoli del fatto che più passa il tempo e più è come se il mondo ti regalasse un microscopio per guardarti dentro, solo che per la maggior parte del tempo non lo usi. Rather Ripped è una delle lenti di quel microscopio, in un certo senso.

(Sonic Youth, “Reena”)

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