Clap Your Hands, Wave Goodbye a a In un sorprendente quanto miracoloso fenomeno di autosuggestione collettiva, nel momento stesso in cui i Protagonisti Della Serata salgono sul palco - e ho detto salgono sul palco, non si è ancora parlato né di imbracciare gli strumenti né di farne uso - nello stesso momento in cui i Protagonisti Della Serata salgono sul palco, all’unisono in ogni singola testa presente in platea si accende misericordiosa l’allucinazione che trasformerà l’orrenda via Paravia e il due volte orrendo Transilvania rispettivamente in una Bowery e in un CBGB’s. Olè. Che sollievo, che meraviglia, che piacevole sensazione. E che struggente desiderio che l’allucinazione continui anche dopo, e non termini invece - con un mesto pffffft, in guisa di palloncino sgonfiato - dopo la micragnosa taccagnissima oretta e dieci di concerto-senza-bis concessa dai Protagonisti Della Serata.
Protagonisti Della Serata il cui essere newyorkesi di certo non richiede i sottotitoli per essere compreso - tanto te lo fanno cadere dall’alto il piacere che ti stanno facendo ad essere su quel palco a suonare. Ma tant’è: sono antipatici e sulle loro fino a risultare persino buffi, ma il concerto è straordinario. Straordinario, veramente. Molto più del disco, molto più delle scommesse con gli amici scettici. Molto più delle leggende lette sui blog statunitensi. Un concerto che non gli puoi dire nulla, che procede dal primo minuto all’ultimo con il vigore di un giovane torello. Senza mai esagerazioni - è vero - senza intemperanze, ma anche senza cali di tensione. E c’è qualcosa di magico - nel senso alchemico del termine - in come i suoni ed i riverberi si moltiplicano tra loro, in certi momenti, fino a costruire una specie di muro del suono “aperto davanti”. Ciò è curioso, perché il muro del suono in genere è qualcosa che viene alzato tra il pubblico e la band come a segnare una inclusione/esclusione, mentre nel caso dei CYHSY viene a costruire una sorta di “quinta” acustica. Visto che la cosa è difficile da spiegare a parole, vi ho fatto un disegno.
Le frecce indicano il contributo di ciascun musicista alla costruzione della “quinta sonora”. Ciò detto, viene invece da chiedersi a chi mai sia venuta l’idea di affiliarli alla cosa del punk e del funk, visto che tutto sono meno che riconducibili a qualsiasi modernità. Sono incredibilmente “classici”, classici in un senso che spiega perfettamente la scelta di diffondere in sala un nastro di Bob Dylan prima dell’inizio del concerto. Classici nel senso di partecipanti alla condivisione di un archetipo (quello newyorkese solito, Velvet/Television/Talking Heads). Sì: non c’è esattamente quell’ansia di rincorrere e scoperchiare il “futuro” che ci piacerebbe appartenesse alle migliori band dei nostri tempi. Ma non c’è nemmeno un crogiolarsi indulgente nei ricordi, nella nostalgia. Quel che c’è nei CYHSY, invece, è un partecipare della classicità senza metterla né in discussione né in difficoltà. Ammiccando, al limite: la voce di coso, il professorino di college che canta, dal vivo prende dei toni nasali, delle scoloriture alla Tom Verlaine, ed è tutta un guizzare come di anguille, tutta uno stridere come di puntina di traverso sul vinile, in un modo che sul cd (dove ci si contentava dell’onesto paragone con David Byrne) non si era notata. Non salveranno il mondo, certo. Ma tanto il mondo non lo salverà nessuno, per il momento, quindi inutile pretendere l'impossibile. Clap your hands, wave goodbye. Quel pezzo che dovrebbe intitolarsi Satan Said Dance, quello dove sembrano i B52s, quello comunque è notevole.
[PS: ripensandoci, Wayne Coyne non aveva tutti i torti. Questo blogghetto si ritira per qualche tempo a vita privata, diciamo una decina di giorni almeno. Clap your hands, wave goodbye.] |
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